Seminario Interuniversitario de Investigadores del Fascismo

Javier RODRIGO: “Fascismi periferici. Circolazione, impregnazione e fascistizzazione nell’Europa fascista”

FASCISMI PERIFERICI

Circolazione, impregnazione e fascistizzazione nell’Europa fascista*

Javier Rodrigo

Universitat Autònoma de Barcelona

Seminario Interuniversitario de Investigadores del Fascismo

[Primo draft. Di prossima pubblicazione nel volume collettivo Simone Neri ed., 1914-1944. L’Italia nella guerra europea dei trent’anni. Non citare senza permesso dell’autore]

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Dopo anni di dibattito sul fascismo, sui processi fattuali che lo configurano e sulle categorie per analizzarlo, sembra ormai chiaro: così come si può parlare di trasferente culturali, si può anche parlare dell’esistenza tanto di un fascismo transnazionale, come dei processi di fascistizzazione per la via del fatto o dell’impregnazione culturale. La comparazione di elementi identitari e culture politiche che si trasformano o si ritrovano nel fascismo, che si fascistizzano o che alimentano i movimenti e i regimi fascisti si sta rivelando, negli ultimi anni, estremamente fruttuosa. Riposizionare la dimensione culturale, simbolica e identitaria dell’esperienza umana nel tempo storico ha aperto infinite possibilità nelle ultime decade in tante storiografie, non essendo l’ultima quella sul fascismo. Essa si è rivelata lo strumento forse più utile per risolvere i problemi derivati dall’elaborazione, ormai da piú di sessant’anni, dei modelli interpretativi accettati, a volte, senza dibattito né confronto. Al giorno d’oggi si è fatta molta strada nell’identificazione di elementi comuni (ultranazionalismo, organicismo, rigenerazione, violenza, riconoscimento di un vincolo sovranazionale) e contesti analoghi (eterogeneità, adattabilità, guerra) nel momento in cui si è stabilita una linea generica dalla quale cominciare a definire che cos’è e a cosa ci riferiamo quando compariamo i fascismii.

Angelo Tasca, dirigente de la izquierda italiana y uno de los primeros en teorizar sobre el fascismo

Angelo Tasca, dirigente de la izquierda italiana y uno de los primeros en teorizar sobre el fascismo

Ma l’inserzione dei fascismi periferici in questa cornice interpretativa sembra tuttavia smentire, a volte, questa premessa. Per Collotti “è ovvio” che gli esperimenti dei movimenti fascisti si siano “riconosciuti in un modello nelle sue diversità, sostanzialmente unico o abbiano avuto la consapevolezza di far parte di un movimento più complesso di carattere internazionale”ii. Secondo quanto scritto per Angelo Tasca, il fascismo non è “un soggetto di cui basti ricercare gli attributi”, un problema estetico o di facciata, ma “la risultante di tutta una situazione dalla quale non può essere disgiunto”: secondo Tasca, una teoria sul fascismo non poteva che emergere dallo studio di quel contesto, e, soprattutto, di “tutte le forme di fascismo, larvate o aperte, represse o trionfanti”iii. Tuttavia, quando si parla del fascismo spagnolo, croata, romeno, francese, a volte diviene ricorrente la domanda fatta da Tim Mason ai suoi colleghi studiosi del nazismo tedesco: Che fine ha fatto il fascismo?iv. Nel percorso fatto alla ricerca di un modello, di una teoria generale, di un fascismo generico, non è che sono state dimenticate alcune esperienze storiche concrete, che avrebbero contribuito ad arricchirlo?

Quizá uno de los principales problemas a la hora de analizar el caso español haya sido el que, para considerarlo como fascista, se le hayan exigido unos "requisitos" que, difícilmente, podrían cumplir las experiencias italiana y alemana

Quizá uno de los principales problemas a la hora de analizar el caso español haya sido el que, para considerarlo como fascista, se le hayan exigido unos “requisitos” que, difícilmente, podrían cumplir las experiencias italiana y alemana

Gli studiosi del fascismo periferico, cioè non quello italiano né tedesco, di solito veniamo posti a questa domanda: Fu un fascismo la Spagna di Franco/Croazia di Pavelic/Romania di Antonescu/Francia di Pétain/Ungheria di Horty e poi, di Szálasi/Slovacchia di Tiso/ecc.? C’è, dunque, fascismo all’infuori dell’Italia o la Germania? La risposta è quasi sempre la stessa. Detto con parole dello storico spagnolo Ferran Gallegov: dipende di cosa intendiamo per “fascismo”. Trattandosi di un dibattito forse irrisolvibile da un punto di vista epistemico, è altrettanto chiaro che la costruzione di un contesto cognitivo storiografico sul fascismo, con dei confini molto marcati, ha potuto contribuire in maniera decisiva a questa impossibilità ermeneutica. La sottovalutazione dell’importanza storica del fenomeno fascista autoctono nei Paesi occupati dall’Asse durante la Seconda Guerra mondiale è però un dato di fatto e, in realtà, questo serve per tutti i fascismi periferici. Il mio caso di studio centrale (il nostro, come gruppo di ricerca SIdIF) è la Spagna: un case study sintomaticamente scomparso, o quasi, nei lavori più recenti che hanno rilevato la centralità del fascismo nell’Europa del Novecentovi.

Per la prima tradizione degli studi comparati, la chiave di volta dei fascismi si trova nella caduta, dopo la Prima Guerra mondiale, delle tradizionali barriere al movimento operaio. Il fascismo, erede della sconfitta bellica e dai fantasmi del 1917, sarebbe stato un movimento controrivoluzionario destinato a sopprimere la rappresentatività e impedire la scalata al potere del movimento socialista, con due caratterizzazioni purevii. Il risultato è stato molto spesso un’immagine predominante italo-germanocentrica dove la Spagna, la Croazia, l’Ungheria, la Romania, la Slovacchia sono esempi minori, ai quali porre dei limiti terminologici (para-, proto-, pseudo-, -zzato), delle demarcazioni concettuali (clericali, autoritari, abortiveviii) e delle metafore di alterità e simulazione (façade, empty rethoric, masquerared, superficial, cosmeticix): non esattamente fascismi, ma un’altra cosa.

1917 generó un brutal impacto en el imaginario colectivo europeo, algo que se vio espoleado por los estallidos revolucionarios que salpicaron Europa Central. En la imagen, espartaquistas combatiendo en las calles de Berlín en enero de 1919

1917 generó un brutal impacto en el imaginario colectivo europeo, algo que se vio espoleado por los estallidos revolucionarios que salpicaron Europa Central. En la imagen, espartaquistas combatiendo en las calles de Berlín en enero de 1919

Eccessivamente immobile, questa immagine del fascismo generico le più delle volte è carente delle dinamiche, a volte diacroniche, dei processi di formazione e sviluppo dei fascismi. Il fascismo attirò quanti respinsero l’ordine liberale dopo la sua decomposizione nella Grande Guerra e vissero nel 1917 una minaccia per le società e i loro universi simbolicix. Fu, dunque, un prodotto nello stile San Sepolcro della crisi (politica, istituzionale, di valori) del sistema liberale negli anni Venti, ma non solo. Fu la risposta, stile Norimberga, in forma di mobilitazione, ultranazionalismo, palingenesi e violenza, a volte preventiva, alla crisi della Grande Depressione e alla crescita delle alternative rivoluzionarie in Europa negli anni Trenta, ma non solo. Fu anche il prodotto di conflitti interni aperti e larvati, così come dell’occupazione territoriale dei regimi fascisti consolidati, stile Auschwitz, negli anni Quaranta… ma non solo. E ancora: il fascismo fu una cultura politica sulla base dell’esperienza della morte di massa che dotò i fascismi della prima ora di buona parte della loro impalcatura mitica e identitaria, ma non solo: ci furono fascismi anche in paesi neutrali durante la Grande Guerra. E sviluppò meccanismi d’integrazione e welfare, di costruzione di una comunità nazionale omogenea e forte, ma ebbe come modus operandi principale la violenza, la pulizia, l’espulsione, l’eliminazione della minaccia alla comunità nazionale.

En palabras del propio Gallego, el fascismo que ha tenido significación histórica es el que ha triunfado, no el que como movimiento aspiraba con la conquista del poder. En la imagen, José Antonio Primo de Rivera, Ramiro Ledesma y Julio Ruiz de Alda, dirigentes del partido resultante de la unión de Falange y las JONS

En palabras del propio Ferran Gallego, el fascismo que ha tenido significación histórica es el que ha triunfado, no el que como movimiento aspiraba con la conquista del poder. En la imagen, José Antonio Primo de Rivera, Ramiro Ledesma y Julio Ruiz de Alda, dirigentes del partido resultante de la unión de Falange y las JONS

Niente di tutto ciò è contraddittorio perché, in realtà, la regola del fascismo è che non c’è una regola fascista. Ogni regime, ogni fascismo ebbe le proprie specificità, i propri tempi e contesti. Ma c’è un elemento comune. tutti i fascismi furono, di fatto, regimi fascistizzati, regimi costruiti attraverso la fascistizzazionexi. La conclusione, a giudicare da quanto sinora scritto, inizia ad apparirci evidente: la fascistizzazione si fece eminentemente attraverso l’impregnazione, la circolazione delle culture fasciste come risposta a dei contesti simili e come meccanismo specifico di attuazione. Esiste, dunque, una forte componente identitaria nella costruzione dei fascismi, nell’elaborazione dei suoi complessissimi meccanismi di appartenenza, nell’interiorizzazione del fascismo come ridefinizione dei parametri sociali e culturali della Nazione. I fascismi ebbero le proprie specificità ma anche elementi comuni, contesti simili, obiettivi convergenti, meccanismi e risultati coerenti. Simili, ma non per forza identici. Nella brillante metafora di Ferran Gallego: due fratelli non devono necessariamente essere gemelli.

Combatientes italianos del C.T.V. en España

Combatientes italianos del C.T.V. en España

Il fascismo si rivelò come cultura politica vincente in Europa grazie al suo contesto immediato, sia in forma di crisi geopolitica, di crisi “morale” -cioè, di relato- o di crisi economica e di disoccupazione. Il suo successo dipese, dunque, da molti fattori, sia endogeni sia esogeni. E dipese fortemente anche dalle trasferente culturali, in forma di culture politiche, mitologie comuni e rapporti geostrategici, all’interno dell’Europa. Il fascismo italiano costruì una rete culturale volta ad assicurare la sua centralità nel Nuovo Ordine Europeo, e l’intervento militare di Mussolini in Spagna in guerra, o la penetrazione culturale nel Portogallo di Salazar lo ratificano. La riproduzione di molti degli elementi di identificazione con i regimi fascisti, dal partito unico al inquadramento (donne, giovani, studenti, lavoro), dall’obbedienza come forma di socializzazione alle politiche ambientali, dal corporativismo alle politiche sociali, parlano di una circolazione di idee convergenti sviluppate, questo è chiaro, in momenti, contesti e con dei risultati diversi. Ma con l’essere diversi, dimostrando l’importanza di due elementi fondamentali per la fascistizzazione: il mito della violenza, e la guerra come contesto propizio.

Tutti i fascismi articolano, modellano e organizzano i propri miti, e ne reinventano e adattano di altrui. Uno di questi miti è quello della violenza: il fascismo fu, e fu visto come, il braccio armato, il martello, la prima linea del fuoco della controrivoluzione. Sulla violenza politica e il suo vangelo i fascisti si appoggiarono fin dalle loro stesse origini, dai giorni della lotta, dello squadrismo e della presa del potere; su di essa si resse la comunità dei fascisti e si sarebbero eretti i movimenti di radicalizzazione posteriori. L’accettazione della violenza sarebbe stata un elemento omogeneizzante al riparo del quale si sarebbero limate le impurità ideologiche implicite a tutti i fascismi trionfanti (di natura politica, pertanto, contaminata). Non è solo il terrore ciò che definisce il fascismo. Tuttavia, nessun fascismo rinunciò, come ha suggerito Griffin, alla costruzione rigeneratrice di una nazione concepita come una comunità biologica e storica di individui affini, minacciata da elementi estraneixii.

Ultranacionalismo palingenésico ha sido como Griffin ha definido el fascismo. En esencia, una comunidad homogénea y homogeneizada que proyecta, en el futuro, las esencias eternas de nación para alcanzar la trascendencia

Ultranacionalismo palingenésico ha sido como Griffin ha definido el fascismo. En esencia, una comunidad homogénea y homogeneizada que proyecta, en el futuro, las esencias eternas de la nación para alcanzar la trascendencia

La violenza, come pratica concreta o come repertorio culturale, si situa in quell’asse gravitazionale dei movimenti fascisti e delle loro esperienze, nella vita stessa del fascismo in comunità. I fascismi costruirono una retorica sacralizzatrice e assorbente che elevò la violenza e la morte al rango di esperienza mistica, coerentemente con una concezione della vita, della politica e della società intesi come lotta continua -lo stato di guerra permanente, la violenza morale ed efficace tanto reclamata da Mussolini. Cosicché, per i fascisti, la nazione rigenerata avrebbe potuto dimostrare la sua vitalità soltanto mediante l’aggressione, la capacità di reazione e la sua disposizione alla guerra: la “santa guerra” della quale avrebbe parlato Ernesto Gimenez Caballero. La guerra, giusta ed energica, celata nella natura umana, fenomeno sublime, riflesso delle esigenze dei popoli giovani, era il privilegio di alcune generazioni. Il sacrificio dei “migliori” riempì i martirologi di Italia, Germania e Spagna, ma fu in Spagna dove si accumulò il maggior numero di mortixiii. Proprio il più importante di questi martiri, il leader fascista José Antonio Primo de Rivera (fucilato nel novembre del 1936), aveva anticipato e proclamato la nozione trionfante della comunità fascista come popolo in armi contro il nemico, come popolo eletto, come entità storica indissolubile e perenne; un popolo che avrebbe dovuto fondare parte della propria forza costruttiva sulla separazione protettrice e sullo sfruttamento comune dei nemici interni, dei vintixiv.

Il fascismo rigeneratore non poteva concretizzarsi in altra cosa che non fosse l’esperienza della depurazione, della pulizia, del crollo, delle rovine -le stesse che un fascista spagnolo del calibro di Agustín de Foxá avrebbe rivendicato per ricostruire dalle fondamenta la Nazione. La distruzione doveva essere una condizione necessaria per la ricostruzione e l’esperienza della violenza, proprio quella che sembrava avrebbe aperto “la superficie della realtà”, e la convivenza con essa furono la cornice primaria all’interno della quale la popolazione visse l’esperienza del processo di fascistizzazione, dato che il “popolo”, la comunità nazionale, poteva esistere soltanto “attraverso la violenza stessa”xv. Le analisi dei differenti progetti fascisti e delle loro pratiche concrete ci mostrano, senza dubbio, una violenza fascista eretta su narrazioni retoriche e il ricorso ad una pratica di natura generatrice e creatricexvi.

“Ruinas recientes, cenizas nuevas, frescos, despojos [...] ya está Toledo destruido, es decir, edificado”, Agustín de Foxá en la revista Vértice, nº 1, abril de 1937. Una elocuente muestra el poder regenerador de las ruinas, de la destrucción que supone creación en la percepción fascista

“Ruinas recientes, cenizas nuevas, frescos, despojos […] ya está Toledo destruido, es decir, edificado”, palabras de Agustín de Foxá en la revista Vértice, nº 1, abril de 1937. Una elocuente muestra del poder regenerador de las ruinas, de la destrucción que supone creación en la percepción fascista

Il fascismo non fu una parentesi autoritaria e violenta senza volontà identitaria, uno spasmo irrazionale. La violenza, un’anti-prassi, un modo “ritualizzato di azione politica”xvii, fu uno dei veicoli preferenziali usati dal fascismo per situarsi nello spazio e, soprattutto, nel tempo e fece parte della sua autodefinizione ideologica, politica ed emotiva, che includeva un’esperienza fortemente violenta della virilità e del corpoxviii. Tale violenza si qualificò non solo per essere stata quella esercitata da movimenti, poteri, Stati, gruppi o individui definiti, autodefinitisi o definibili come fascisti, ma anche perché fu il mezzo usato per avviare la rigenerazione purificatrice della nazione e della comunità, per separare, escludere o eliminare le sue vittime sacrificali e, infine, per fascistizzare lo Stato. La guerra del 1936-39, la pietra miliare della Nuova Spagna, creò lo scenario favorevole per la creazione di quella che un altro ideologo fascista, Dionisio Ridruejo, chiamò la “vera comunità nazionale”xix, nata a partire dall’esperienza fondante della trincea, il cameratismo, la lotta, l’occupazione del poterexx. L’obbiettivo era purificare, correggere, proteggere, sanare la vera comunità nazionale. Un progetto di costruzione, che aveva bisogno innanzitutto di un’opera di distruzione dell’esistente, nel quale la violenza sarebbe stata concepita come mezzo necessario per edificare una società migliore attraverso l’abbattimento, l’incendio, la purificazione, la trasformazione della società, dello spazio e dell’individuo. Senza l’espansione delle pratiche coercitive, dell’assassinio e della pulizia politica non si può comprendere la natura del potere risultante da questa violenza, né si possono cogliere le forme del processo formativo del fascismo spagnolo, che ebbero una chiara ripercussione nella crescita esponenziale del peso politico tanto della FE-JONS, il partito fascista, quanto del partito unico del 1937, FET-JONS.

El culto al caído y su glorificación es uno de los ejes rectores en la imaginario fascista, como muestra el proyecto (inacabado) del Sacrario Militare Italiano de Zaragoza, construcción turriforme que en origen estaba proyectado que alcanzase los 80 metros de altura

El culto al caído y su glorificación es uno de los ejes rectores en la imaginario fascista, como muestra el proyecto (inacabado) del Sacrario Militare Italiano de Zaragoza, construcción turriforme que en origen estaba proyectada que alcanzase los 80 metros de altura

La morte, il culto dei caduti e l’esaltazione della violenza furono elementi fondamentali nella cultura politica fascista spagnola, che in origine fu falangista e jonsista. Di fatto, fu la sua capacità di “mostrare, al tempo stesso, la possibilità di morire e la disponibilità a uccidere”xxi ciò che diede alla Falange il suo posto nella prima linea della politica, un posto che si era guadagnato nelle giornate repubblicane di lotta e, soprattutto, in quelle della pulizia politica del 1936. Successivamente, tutto questo si tradusse in un eccesso di racconti nei quali la morte dei migliori diveniva sacrificio per la Patriaxxii. Senza il contesto di violenza, paura, sopravvivenza e identificazione non si può comprendere come l’affiliazione politica esplicita al fascismo crescesse esponenzialmente; né come esso, con la prassi e la retorica (cioè con l’esperienza quotidiana) impregnasse tutti gli ambiti delle vita nella retroguardia, dal saluto fascista dei vescovi cattolici, fino alle pratiche di rieducazione, rigenerazione morale e demarxistizzazione nelle carceri e nei campi di concentramento.

La violencia de la República Social Italiana, exponencialmente mayor a la implementada durante el régimen fascista italiano entre 1922 y 1943, es una buena muestra de la guerra como marco propiciatorio y como escenario de radicalización del fascismo

La violencia de la República Social Italiana, exponencialmente mayor a la implementada durante el régimen fascista italiano entre 1922 y 1943, es una buena muestra de la guerra como marco propiciatorio y como escenario de radicalización del fascismo

In altre parole, la comunità nazionale fascista si espanse con una velocità e con delle possibilità che non si ebbero né in Italia né in Germaniaxxiii. Per coloro che vissero, ma che non subirono, il processo di fascistizzazione, tutto ciò implicò la partecipazione a utopie concrete, unificatrici e egualitarie. Furono elementi appartenenti a un processo di celebrazione a carattere sacro, oggetto di culto e devozione e centro di riti e credenze attorno alla politica, alla nazione, allo Stato o all’ideologia nell’era delle politiche di massa, in Spagna indissolubilmente legate a uno scenario bellico (e amplificate dallo stesso) che fu allo stesso tempo origine e contesto necessario. La ricomposizione sociale e razziale, l’espulsione e la fascistizzazione violenta sarebbero state, dunque, tra gli obbiettivi più essenziali e importanti dei progetti sociali del fascismo, e la guerra fu il contesto necessario che permise tutto questo. La guerra e, in special modo, la guerra totale disimpegnarono un ruolo circolare (di necessità e di radicalizzazione) nei regimi fascisti: negli Anni Venti in Italia e Germania, tra il 1937 e il 1942 in Spagna, e nel 1939, ma soprattutto a partire dal 1942-43, in Europa.

No se puede explicar la violencia en el NDH sin la intervención militar alemana en los Balcanes y sin el contexto de guerra total en la región, que sirvió como paraguas para el desarrollo de varios conflictos (civiles, étnicos, religiosos) simultáneos

No se puede explicar la violencia en el NDH sin la intervención militar alemana en los Balcanes y sin el contexto de guerra total en la región, que sirvió como paraguas para el desarrollo de varios conflictos (civiles, étnicos, religiosos) simultáneos. En la imagen, varios ustaše decapitan a un hombre de origen serbio

La relazione diretta tra guerra e fascismo è un dato ormai acquisito. Mentre questo nesso è più evidente nello studio delle origini, tanto sociali come intellettuali, sembra sfumare nelle analisi sull’evoluzione delle società e dei regimi fascisti. La guerra fu, tuttavia, il fattore sine qua non per comprendere gli anni di maggiore forza del fascismo -la fine degli anni Trenta e i primi dei Quaranta-, epoca di fascistizzazione della Spagna, della Romania, della Croazia o della Francia, e di radicalizzazione e di diffusione dei progetti sociali più estremi di Italia e Germania. La guerra fu, dunque, il passo necessario per raggiungere il pieno potenziale del fascismo. In tal modo, il fascismo aveva dato, in quel contesto, sia munizione intellettuale sia rilievo alle utopie estreme dello Stato-nazione, schema al quale il nazionalsocialismo avrebbe contribuito con un modello potente per l’eliminazione dell’altro, in maniera efficiente e letalmente sistematicaxxiv. Con l’espansione fascista a cavallo delle occupazioni territoriali tedesche durante la seconda guerra mondiale in territori come la Croazia, la Francia, l’Ungheria o la Romania, i fascismi raggiunsero, grazie al contesto favorevole della guerra totale, che fu anche di stermino, di occupazione e di invasione e di riallocazione sociale, il loro apice e, probabilmente, il grado più alto di perfezione e di confluenza tra teoria e prassi. I verbi rinchiudere, sterilizzare, rieducare, depredare, escludere, si convertirono in ammucchiare, eliminare, annichilire, riallocare, trasferirexxv. La violenza divenne, in questo contesto di guerra di gerarchizzazione sociale e razziale, un meccanismo di rigenerazione e punizione, il veicolo per la ricomposizione della società, lo strumento per l’arricchimento della Nazione e la spinta verso la guerra e l’impero razzialexxvi.

Miembros del partido fascista húngaro de la Cruz Flechada en Budapest, tras su golpe de estado del 15 de octubre de 1944

Miembros del partido fascista húngaro de la Cruz Flechada en Budapest, tras su golpe de estado del 15 de octubre de 1944

Pur essendo, quello tedesco, il caso più conosciuto, non da meno sono gli altri processi contemporanei e convergenti: come la pulizia politica eseguita dagli ustascia croati di Ante Pavelić tanto sulla loro stessa popolazione quanto sugli sloveni espulsi dalla Croazia; come la pulizia etnica nello Stato satellite serbo di Milan Nedić; come i trasferimenti forzosi e la rumenizzazione, tramite l’assassinio e l’internamento in campi, del territorio ucraino consegnato da Hitler alla Romania di Antonescu per evitare la disputa con l’Ungheria sulla Transilvaniaxxvii; come la magiarizzazione dell’Ungheria di Horty attraverso la coesione identitaria, linguistica e razzialexxviii; o come l’italianizzazione, sbalcanizzazione e pulizia della Sloveniaxxix. Favoriti dall’occupazione dell’Asse, questi processi furono tremendamente violenti. Secondo Biondich, un milione di persone furono assassinate nel conflitto multilaterale (Serbia, il NDH, Germania, Italia, i partigiani di Tito, i chetniks di Mihailovic) nel antico Regno di Jugoslavia. In particolare, per mano degli ustaše di Pavelicxxx.

Tutte queste esperienze analizzate insieme -con tradizioni proprie, ma con un alto grado di influenza esterna- contribuirono a creare un panorama di espansione violenta del fascismo in Europa. La pulizia, la protezione della comunità fascista, la sostituzione e la trasformazione della società mediante la violenza furono costanti di natura endogena ed esogena allo stesso tempo, durante la tappa di mondializzazione del fascismo. Bisogna così aggiungere le esperienze in Croazia, Ungheria, Romania o Serbia, spazi alleati dell’Asse fascista oppure occupati dal Reich, alle analisi delle dinamiche della natura del fascismo in Europa e a quella dei suoi esempi più classici, Italia e Germania. E almeno fino al 1945 bisogna includere pure la Spagna in questo terreno.

Una las particularidades del régimen español es la larga duración, a diferencia de Italia o Alemania, lo que indudablemente opero importantes transformaciones internas su seno de cara a desmarcarse, en la medida de los posible, de los regímenes fascistas caídos en 1945

Una las particularidades del régimen español es la larga duración, a diferencia de Italia o Alemania, lo que indudablemente operó importantes transformaciones internas en su seno de cara a desmarcarse, en la medida de lo posible, de los regímenes fascistas caídos en 1945. En la foto, manifestación en la plaza de Oriente (1970)

Con una differenza notevole. A differenza degli altri fascismi, quello spagnolo non venne sconfitto dalle potenze alleate né defascistizzato con le armi o dall’occupazione territoriale. Ancora non è stata fatta una riflessione comparativa sulle desfascistizzazioni europee, ma il caso spagnolo può ben servire pero schivare, fra le altre cose, i problemi derivanti dai limiti temporali in cui si trovò costretto il fascismo e comprenderne meglio gli elementi culturali e identitari propri: quelli che fecero sì che in Spagna la socializzazione politica e identitaria dei valori fascisti, avvenuta attraverso meccanismi di aggregazione giovanile, femminile, lavorativa o politica, si mantenesse in vita e al potere per molti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Civile. La Spagna di Franco fu un regime organizzato da un partito unico di tipo fascista e da governatori territoriali che erano anche capi regionali del partito; che viveva di saluti romani, di esaltazione dei caduti e di culto alla violenza, di esacerbato ex-combattentismo e di culto al capo. Un fascismo, insomma, senza specchi.


* Questo saggio è stato realizzato grazie al programma di ricerca “Ramón y Cajal” e al Progetto di Ricerca HAR2008-05949/Hist del Ministero spagnolo di Ciencia y Tecnología, e ha come origine un articolo più lungo pubblicato nella rivista Storica, n. 52 (XVIII), pp. 49-85. L’autore appartiene al Progetto di Ricerca Las alternativas a la quiebra liberal en Europa: socialismo, democracia, fascismo y populismo (1914-1991) (HAR2011-25749) ed è l’ispiratore del SIdIF (Seminario Interuniversitario de Investigadores del Fascismo). La prima immagine è della Barcellona del 1939: Arxiu Fotogràfic de Barcelona.

i G. Albanese, “Comparare i fascismi. Una riflessione storiografica”, in Storica, nn. 43-44-45, 2009, pp. 313-343.

ii Vedi E. Collotti, Fascismo, Fascismi, Firenze, Sansoni editore, 1994 [1989], p. 3. Anche Id.: “Il fascismo nella storiografia. La dimensione europea”, in Italia Contemporanea, n. 194, 1994, pp. 11-30.

iii A. Tasca, Nascita ed avvento del fascismo. L’Italia dal 1918 al 1922, Firenze, La Nuova Italia, 1995 [1938].

iv T. Mason, “Whatever happened to ‘Fascism’?”, en J. Caplan (ed.), Nazism, Fascism and the working class. Essays by Tim Mason, Cambridge University Press, New York e Cambridge, 1995, pp. 323-331.

v Il lavoro di Gallego è la base sia epistemica che empirica per i lavori del SIdIF. É fondamentale F. Gallego, El evangelio fascista. La formación de la cultura política del fascismo (1930-1950), Crítica, Barcellona, 2014. I suoi lavori hanno per argomento il fascismo, il post e il neofascismo europeo: Id., De Múnich a Auschwitz. Una historia del nazismo, 1919-1945, Barcellona, Plaza y Janés, 2001; Id., Por qué Le Pen, Barcellona, El Viejo Topo, 2002; Id., Neofascistas. Democracia y extrema derecha en Francia e Italia, Barcellona, Mondadori, 2004; Id., De Auschwitz a Berlín. Alemania y la extrema derecha, Barcellona, Plaza y Janés, 2006; Id., Una patria imaginaria. La extrema derecha española (1973-2005), Madrid, Síntesis, 2006, o Id., El mito de la transición. La crisis del franquismo y los orígenes de la democracia (1973-1977), Barcellona, Crítica, 2008. Sulle basi epistemiche del fascismo europeo Id., “El nazismo como fascismo consumado”, en Id. (ed.), Pensar después de Auschwitz, Barcellona, El Viejo Topo, 2004, pp. 11-102; Id., “Estado racial y comunidad popular. Algunas sugerencias de la historiografía sobre el nacionalsocialismo”, in Ayer, n. 57, 2005, pp. 275-292 e Id., “La función social del exterminio. Algunas aproximaciones de la historiografía alemana”, in Ayer, n. 66, 2007, pp. 269-290. Anche sul fascismo spagnolo, Id. Ramiro Ledesma Ramos y el fascismo español, Madrid, Síntesis, 2005, e i suoi contributi “Ángeles con espadas. Algunas observaciones sobre la estrategia falangista entre la Revolución de Octubre y el triunfo del Frente Popular” e “La realidad y el deseo. Ramiro Ledesma en la genealogía del franquismo”, in Id. e F. Morente (eds.), Fascismo en España. Ensayos sobre los orígenes sociales y culturales del franquismo, Barcellona, El Viejo Topo, 2005, pp. 179-209 y 253-447, rispettivamente. I suoi contributi al dibattito sulla nozione di fascistizzazione sono decisivi: Id., “Fascismo, antifascismo y fascistización. La crisis de 1934 y la definición política del periodo de entreguerras”, in J.L. Martín y A. Andreassi (eds.), De un Octubre a otro. Revolución y fascismo en el periodo de entreguerras, 1917-1934, Barcellona, El Viejo Topo, 2010, pp. 281-354; Id., “Construyendo el pasado. La identidad del 18 de julio y la reflexión sobre la historia moderna en los años Cuarenta”, in Id. y F. Morente (eds.), Rebeldes y reaccionarios. Intelectuales, fascismo y derecha radical en Europa, 1914-1956, Barcellona, El Viejo Topo, pp. 281-337.

vi La presenza della Spagna è minore, per esempio, in R. Paxton, The Anatomy of Fascism, Alfred A. Knopf, New York, 2004 e poco specifica in A. Costa Pinto (ed.), Rethinking the nature of Fascism, Hampshire e New York, Palgrave Macmillan, 2011. Sostanzialmente assente in D. Woodley, Fascism and political theory: critical perspectives on fascist ideology, Londra, Routledge, 2009, in C. Iordachi (ed.), Comparative Fascist Studies. New perspectives, Routledge, Londres, 2010, or in R. Eatwell, Fascism: a History, Pimlico, Londra, 2003. Nell’impressionante bibliografia maneggiata da Paxton si nota lo scarsissimo numero di opere sulla Spagna, eccetto quello specifico di Michael Richards sulla Guerra Civile. I suoi accenni si limitano alle opere classiche di Payne, Ellwood o Preston, e a una selezione, nemmeno le opere complete, dei testi di Jose Antonio Primo de Rivera curata da Hugh Thomas. Questo avviene, peggiorato, anche in M. Mazower, Dark Continent. Europe’s Twentieth Century, NewYork, Knopf, 1998: la Spagna è scomparsa e non ci sono riferimenti bibliografici. M. Mann., Fascistas, PUV, Valencia, 2006, pp. 316-374, nonostante dedichi alla Spagna un lungo capitolo, sul fascismo spagnolo non dice praticamente nulla. Tre eccezioni disuguali sono L. Casali, Fascismi. Partito, società e stato nei documenti del fascismo, del nazionalsocialismo e del franchismo, CLUEB, Bologna, 1995, (sebbene non condivido gran parte delle sue interpretazioni) S.G. Payne, A History of Fascism, 1914-1945, Londra, Routledge, 1996, e M. Pasetti, Storia dei fascismi in Europa, Bologna, Arquetipolibri, 2009.

vii G.L. Mosse, Toward the final solution. A history of European racism, Londra, J.M. Dent & Sons LTD., 1978; Id., Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990. Anche G. Jackson, Civilización y barbarie en la Europa del Siglo XX, Barcellona, Planeta, 1997; G.L. Luebbert, Liberalismo, fascismo o socialdemocracia. Clases sociales y orígenes políticos de los regímenes de la Europa de Entreguerras, Saragozza, Prensas Universitarias de Saragozza, 1997 [1991] e il precedente B. Moore, Los orígenes sociales de la dictadura y de la democracia, Barcellona, Península, 1973. K.D. Bracher, “Il nazionalsocialismo in Germania: problemi d’interpretazione”, in Id. e L. Valiani (a cura di), Fascismo e nacionalsocialismo, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 31-54; e naturalmente R. De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1989 [1969] e Id., Intervista sul fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1997 [1975]. Un punto di vista critico in G.L. Mosse, “Fascismo e nazionalsocialismo: l’approccio revisionista”, in Nuova Storia Contemporanea, anno III, n. 5, 1999, pp. 5-21. Un’analisi delle tradizioni storiografiche sul fascismo si trova in M. Tarchi, Fascismo. Teorie, interpretazione e modelli, Roma-Bari, Laterza, 2003 o in E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Roma-Bari, Laterza, 2002.

viii Sotto questo epigrafe: Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Norvegia, Finlandia, Estonia, Lituania, Romania, Ungheria, secondo il reader curato da R. Griffin, Fascism, Oxford e New York, Oxford University Press, 1995.

ix R. Griffin, The nature of Fascism, Londres, Routledge, 1993 [1991], pp. 121-124, 126 e 128.

x F. Morente e J. Rodrigo (eds.), Tierras de nadie. La Primera Guerra Mundial y sus consecuencias, Granada, Comares.

xi Il dibattito si sviluppa in A. Kallis, “‘Fascism’, ‘Para-Fascism’ and ‘Fascistization”: on the similarities of three conceptual categories”, in European History Quaterly, vol. 33(2), 2003, pp. 219-249 ma era già presente in P. Fritzsche, Germans into Nazis, Harvard University Press, 1998. In Spagna viene affrontato, da posizioni diverse, da Ismael Saz, che lanciò nel 1993 la categoria di regime fascistizzato (inteso come non totalmente fascista), e da F. Gallego (que intende la facistizzazione come processo verso la construzione di un fascismo) in vari contributi e, soprattutto, in quelli del 2010 e 2014: I. Saz, “El franquismo. ¿Régimen autoritario o dictadura fascista?”, in J. Tusell et. al. (eds.), El Régimen de Franco (1936-1975). Política y relaciones exteriores, Madrid, UNED, vol. 1, 1993, pp. 189-201; F. Gallego, “Fascismo, antifascismo y fascistización”, cit. e Id., El evangelio, cit. Si veda anche E. González Calleja, “La violencia y sus discursos: los límites de la “fascistización” de la derecha española durante el régimen de la Segunda República”, in Ayer, n. 71, 2008, pp. 85-116. M.Á. del Arco Blanco, “El secreto del consenso en el régimen franquista: cultura de la victoria, represión y hambre”, in Ayer, n. 76, 2009, pp. 245-268, difende l’uso del termine “parafascismo” sulla scia dello stesso Kallis. L’intenso dibattito tra Gallego e Del Arco sul fascismo spagnolo e i suoi limiti, in https://seminariofascismo.wordpress.com.

xii R. Griffin, Modernism and fascism. The sense of beginning under Mussolini and Hitler, Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2007. Sulla violenza fascista in Italia si veda, tra molti altri, A. Lyttelton, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Roma-Bari, Laterza, 1974; Id., “The ‘crisis of bourgeois society’ and the origins of Fascism”, R. Bessel (ed.), Fascist Italy and Nazi Germany. ComParigions and contrasts, Cambridge University Press, 1996, pp. 12-22. G. Albanese, Alle origini del Fascismo. La violenza politica a Venezia 1919-1922, Padova, Il Poligrafo, 2001 e Id., La marcia su Roma, Roma-Bari, Laterza, 2006; anche R. Vivarelli, Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla grande Guerra alla marcia su Roma, Volume II, Bologna, Il Mulino, 1991. M.R. Ebner, Ordinary violence in Mussolini’s Italy, Cambridge University Press, 2011. D.S. Elazar, The making of Fascism. Class, State and counter-revolution, Italy, 1919-1922, New York, Praeger, 2001. P. Dogliani, L’Italia fascista, 1922-1940, Firenze, Sansoni, 1999. M. Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; Id., Squadristi: protagonista e tecniche della violenza fascista, 1919-1922, Milano, Mondadori, 2004. Un recente analisi, in C. Poesio, “La violencia en la Italia fascista: un instrumento de transformación política”, in J. Rodrigo (ed.), Políticas de la violencia. Europa, siglo XX, Prensas Universitarias de Zaragoza, Saragozza, 2014, pp. 81-115.

xiii P.G. Zunino, L’ideologia del fascismo. Miti, credenze e valori nella stabilizzazione del regime, Bologna, Il Mulino, 1995, p. 355. Id., Interpretazione e memoria del fascismo. Gli anni del regime, Laterza, Roma-bari, 1991. Sui martirologi fascisti si veda S. Falasca-Zamponi, Fascist spectacle. The aesthetics of power in Mussolini’s Italy, University of California Press, 1997.

xiv Per l’evoluzione del dibattito sul fascismo spagnolo si parta dagli analisi classici di J.J. Linz, “Una teoría del régimen autoritario. El caso de España”, in S.G. Payne (ed.), Política y sociedad en la España del siglo XX, Akal, Madrid, 1978 [1964], pp. 205-263; “Il fascismo spagnolo ridotto al partito único”, in S.G. Payne, Falange. Historia del fascismo español, Ruedo Ibérico, Parigi, 1965; Id., Franco y José Antonio. El extraño caso del fascismo español. Historia de la Falange y el Movimiento Nacional, 1923-1977, Planeta, Barcellona 1997 e in R. Carr e J.P. Fusi, España, de la dictadura a la democracia, Barcellona, Planeta, 1979. Per una visione fino agli anni Novanta, M. Pérez Ledesma, “Una dictadura por la gracia de dios”, in Historia Social, n. 20, 1994, pp. 173-193. Oltre ai già citati lavori di Gallego, si distinguono nel dibattito attuale, non sempre con identità di vedute, E. González Calleja, Contrarrevolucionarios. Radicalización violenta de las derechas durante la II República, 1931-1936, Madrid, Alianza, 2011; I. Saz, España contra España. Los nacionalismos franquistas, Madrid, Marcial Pons, 2003; Id., Fascismo y franquismo, Valencia, Universitat de València, 2004; F. Morente, Dionisio Ridruejo. Del fascismo al antifranquismo, Madrid, Síntesis, 2006; J. Gracia, La resistencia silenciosa. Fascismo y cultura en España, Barcellona, Anagrama, 2004, o il lungo capitolo di J. Casanova, “La sombra del franquismo: ignorar la historia y huir del pasado”, en Id. (ed.), El pasado oculto. Fascismo y violencia en Aragón (1936-1939), Madrid, Siglo XXI, 1992, pp. 15-37. Per differenti analisi generali sul partito fascista vedi, tra gli altri, S. Ellwood, Prietas las filas. Historia de Falange Española, 1933-1983, Barcellona, Crítica, 1983; R. Chueca, El fascismo en los comienzos del régimen de Franco. Un estudio sobre FET-JONS, Madrid, Centro de Investigaciones Sociológicas, 1983; J.M. Thomàs, Lo que fue la Falange, Barcellona, Plaza y Janés, 1999; Id., La Falange de Franco. El proyecto fascista del Régimen, Barcellona, Plaza y Janés, 2001; J.L. Rodríguez, Historia de Falange Española de las JONS, Madrid, Alianza, 2000. Aspetti settoriali sul fascismo in Spagna come quelli culturali, organizzativi o istituzionali sono stati affrontati da M.Á. Ruiz Carnicer, El SEU, 1939-1965. La socialización política de la juventud universitaria en el franquismo, Madrid, Siglo XXI, 1996; K. Richmond, Las mujeres en el fascismo español. La Sección Femenina de Falange (1935-1959), Madrid, Alianza, 2004; Á, Cenarro, La sonrisa de Falange. Auxilio social en la guerra civil y la posguerra, Barcellona, Crítica, 2006. Sono molti gli analisi da un ottica locale e regionale, culturale, politica, economica, ecc. L’ultima e più completa chiave di lettura la offre M.Á. Ruiz Carnicer (ed.), Falange. Las culturas políticas del fascismo en la España de Franco (1936-1975), Saragozza, Institución Fernando el Católico.

xv F. Gallego, “La realidad y el deseo”, cit., p. 374. Vid. A. Kallis, “Fascism, violence and terror”, in B. Bowden y M.T. Davis (eds.), Terror. From tyrannicide to terrorism, University of Queensland, 2008, pp. 190-204. Id., Genocide and fascism. The eliminationist drive in Fascist Europe, Routledge, New York, 2009. Una perpettiva comparata, in F. Cobo, “El franquismo y los imaginarios míticos del fascismo europeo de entreguerras”, in Ayer, n. 71, 2008, pp. 117-151.

xvi Sul bagaglio intellettuale del fascismo vedi Z. Sternhell, M. Sznajder e M. Asheri, El nacimiento de la ideología fascista, Madrid, Siglo XXI, 1994. Sul suo universo simbolico, E. Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1993. G. Turi, Lo Stato educatore. Politica e intellettuali nell’Italia fascista, Roma-Bari, Laterza, 2002. S. Lupo, Il Fascismo. La politica in un regime totalitario, Roma, Donzelli, 2000.

xvii D. Woodley, Fascism, cit., p. 121.

xviii B. Spackman, Fascist virilities: rhetoric, ideology and social fantasy in Italy, University of Minnesota Press, 1996. un punto di vista opposto si trova in V. De Grazia, How Fascism Ruled Women: Italy, 1920-1945, University of California Press, 1992.

xix F. Morente, Dionisio Ridruejo, cit., p. 223.

xx L’evoluzione storiografica dell’argomento in: P. Preston, The Politics of Revenge. Fascism and the military in 20th century Spain, Routledge, Londra, 1995; S. Juliá (ed.), Víctimas de la guerra Civil, Temas de Hoy, Madrid, 1999; F. Sevillano, Exterminio. El terror con Franco, Oberon, Madrid, 2004; J. Rodrigo, Hasta la raíz. Violencia durante la guerra civil y la dictadura franquista, Alianza, Madrid, 2008; J. Prada, La España masacrada. La represión franquista de guerra y posguerra, Alianza, Madrid, 2010; P. Preston, El Holocausto español. Odio y exterminio en la Guerra Civil y después, Debate, Barcellona, 2011.

xxi F. Gallego, “Ángeles con espadas”, cit., p. 209.

xxii Ho analizzato questi processi in J. Rodrigo, Cruzada, Paz, Memoria. La guerra civil en sus relatos, Granada, Comares, 2013; J.L. Ledesma y J. Rodrigo, “Vittime della Guerra Civile e commemorazione nella Spagna postbellica, 1939-2005”, in Memoria e Ricerca, n. 21, 2006, pp. 35-53.

xxiii Per la Germania P. Fritzsche, Life and Death in the Third Reich, Cambridge, Harvard University Press, 2008, p. 29. Sulle politiche inclusive si veda J. Stephenson, “Inclusion: building the nacional community in propaganda and practice”, in J. Caplan, Nazi Germany, Oxford University Press, New York, 2008, pp. 99-121; R. Gellately, Backing Hitler. Consent and coercion in Nazi Germany, Oxford University Press, New York, 2001; N. Wachsmann, “The policy of exclusion: repression in the Nazi State, 1933-1939”, in J. Caplan (ed.), Nazi Germany, cit., pp. 122-145; Id., Hitler’s prisons. Legal Terror in Nazi Germany, Yale University Press, New Haven e Londra, 2004. Sull’identificazione e la catalogazione del nemico G. Aly y K.H. Roth, The Nazi Census. Identification and control in the Third Reich, Filadelfia, Temple University Press, 2004 [2000].

xxiv A. Kallis, Genocide and fascism, cit., p. 19. L’autore, paradossalmente, al momento di teorizzare gli elementi costruttivi del fascismo europeo, non da al fenomeno della violenza praticamente nessun valore, vedi Id., “The ‘Regime-model’ of Fascism. A typology”, in C. Iordachi (ed.), Comparative Fascist Studies, cit., pp. 215-237. Chi lo fa in quella stessa raccolta di saggi, ma solo in maniera marginale e menzionando un’inesistente «Third Republic» [sic] spagnola (magari!), è M. Mann, “Fascists”, pp. 187-214, cit. in p. 212.

xxv Sulle pratiche di occupazione L. Klinkhammer, “La politica di occupazione nazista in Europa. Un tentativo di analisi strutturale”, in L. Baldissara e P. Pezzino (a cura di), Crimini e memorie di guerra. Violenze contro le popolazioni e politiche del ricordo, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2004, pp. 61-88.

xxvi È impossibile elencare le centinaia di lavori che affrontano questo tema. Ne elencherò solamente G. Aly e S. Heim, Architects of Annihilation. Auschwitz and the logic of destruction, Phoenix, Londra, 2003 [1991]; G. Aly, Final Solution: Nazi population policy and the murder of the European Jews, Londra, Hodder Arnold, 1999; U. Herbert (ed.), National Socialist extermination policies. Contemporary German Perspectives and Controversies, Oxford e New York, Berghahn Books, 2004; Ch.R. Browning, The Origins of the Final Solution. The evolution of Nazi Jewish Policy, September 1939-March 1942, Yad Vashem, Jerusalem, 2004; W. Sofsky, The order of terror: the Concentration Camp, Princeton University Press, Princeton, 1997 [1993]. Il classico rimane R. Hilberg, The destruction of the European Jews, Yale, Yale University Press, 1961. Aspetti settoriali, in Ch. Gelarch, “The Wannsee Conference, the fate of German Jews, and Hitler’s decision in principle to exterminate all European Jews”, in O. Bartov (ed.), The Holocaust. Origins, implementation, aftermath, Routledge, Londra e New York, 2008 [2000], pp. 106-161; O. Bartov, The Eastern Front, 1941-1945, German troops and the Barbarisation of Warfare, Palgrave, New York, 2001 [1985]; Ch.R. Browning, Ordinary men: reserve Police Battalion 101 and the Final Solution in Poland, New York, HarperCollins, 1992. Per una bibliografia recente vedi invece M. Mazower, Hitler’s Empire. Nazi rule in occupied Europe, London, Penguin Books, 2008; G. D. Feldman y W. Seibel (eds.), Networks of Nazi persecution. Bureaucracy, Business and the Organization of the Holocaust, Berghan Books, New York e Oxford, 2006; M.T. Allen, The Business of Genocide. The SS, Slave Labor, and the concentration camps, Londra, The University of North Carolina Press, 2002; N. Gregor (ed.), Nazism, War and Genocide. New perspectives on the history of the Third Reich, University of Exeter Press, 2008 [2005].

xxvii V. Solonari, Purifying the Nation. Population exchange and ethnic cleansing in Nazi-allied Romania, Washington, Woodrow Wilson Center Press e Johns Hopkins University Press, 2010.

xxviii N.M. Nagy-Talavera, The Green Shirts and the Others. A History of Fascism in Hungary and Romania, The Center for Romanian Studies, Iasi-Oxford-Portland, 2001. M. Mazower, Hitler’s, cit., pp. 437-453.

xxix Sulle violenze nell’Italia in guerra, tra altri M.A. Matard-Bonucci, L’Italia fascista e la persecuzione degli ebrei, Il Mulino, Bologna, 2008; C. di Sante (ed.), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Franco Angeli, Milano, 2001; Id. (ed.), Italiani senza onore. I crimini in Yugoslavia e i processi negati (1941-1950), Ombre Corte, Verona, 2005; A. Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Nutrimenti, Roma, 2008; C.S. Capogreco, I campi del Duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943), Einaudi, Torino, 2004. L. Klinkhammer, Stragi naziste in Italia, 1943-1944, Roma, Donzelli, 2006. P. Pezzino, Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage nazista, Bologna, Il Mulino, 2007 [1997]. L. Borgomanieri, Crimini di guerra. Il mito del bravo italiano tra repressione del ribellismo e guerra ai civili nei territori occupati, Milano, Fondazione Istituto per la Storia dell’età contemporanea e Guerini e Associati, 2006. Più recente e fondamentale, T. Rovatti, Leoni vegetariani. La violenza fascista durante la RSI, Bologna, CLUEB, 2011; ormai classico, C. Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

xxx M. Biondich, The Balkans: Revolution, War, and Political Violence since 1878, Oxford, Oxford University Press, 2011; Id., “Religion and Nation in Wartime Croatia: reflections on the Ustaša Policy of Forced Religious Conversions, 1941-1942”, in The Slavonic and East European Review, vol. 83, n. 1, 2005, pp. 71-116; Id., Radical Catholicism and Fascism in Croatia, 1918-1945”, in Totalitarian Movements and Political Religions, vol. 8, n. 2, 2007, pp. 383-399. Importante è il paper di A. Korb, “Understanding Ustaša violence”, in Journal of Genocide Research, n. 12 (1-2), 2010, pp. 1-18. Anche S. Trifkovic, Ustaša. Croatian Fascism and European Politics, 1929-1945, Chicago, The Lord Byron Foundation for Balkan Studies, 2011. Più recenti R. Yeomans, Visions of Annihilation. The Ustasha Regime and the cultural politics of Fascism 1941-1945, Pittsburgh, University of Pittsburgh Press, 2013, C. Iordachi, “Fascism on Southeastern Europe: A Comparison between Romania’s Legion of the Archangel Michael and Croatia’s Ustaša”, in R. Daskalov e D. Mishkova (eds.), Entangled Histories of the Balkans. Vol. 2. Transfers of Political Ideologies and Institutions, Leiden/Boston, Brill, 2014, e D. Alegre, “El estado independiente de Croacia (NDH): encrucijada de imperios, violencias, comunidades nacionales y proyectos revolucionarios (1941-42)”, en J. Rodrigo (ed.), Políticas de la violencia, cit., pp. 191-239.

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Esta entrada fue escrita por miguelalonsoibarra y publicada el 2 diciembre, 2014 a las 0:08. Se guardó como Debates, interpretaciones y método, Mesa de debates y etiquetada , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Añadir a marcadores el enlace permanente. Sigue todos los comentarios aquí gracias a la fuente RSS para esta entrada.

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